Un percorso di psicoterapia per l’Aquilone

Che cosa è la Psicoterapia?

La psicoterapia è la “cura con le parole” (N. G. Hamilton), un percorso di servizio dei disturbi esistenziali determinati da conflitti interni non risolti che utilizza tecniche specifiche quali il colloquio e la relazione per apportare un cambiamento significativo nello stile di vita della persona, che diventa così consapevole dei processi psicologici disfunzionali da cui dipende il suo disagio.

Ma se veramente bastassero le parole a guarire un paziente dai suoi problemi, allora sarebbe sufficiente dedicarsi alla lettura di libri e giornali per soddisfare una richiesta d’aiuto?

In realtà è indispensabile la relazione che s’instaura con il terapeuta.

Quali sono gli elementi che caratterizzano la relazione paziente-psicoterapeuta?

La relazione tra il paziente e lo psicoterapeuta per essere efficace, implica innanzi tutto la voglia, l’impegno e la partecipazione da parte della persona di coinvolgersi in una relazione “speciale” con il terapeuta.

Il terapeuta in che modo riesce ad instaurare con il paziente un rapporto tale da potergli essere d’aiuto?

Un terapeuta esperto cerca innanzi tutto di stabilire un legame profondo con il paziente, attraverso l’ascolto, tentando di “mettersi nei suoi panni”, ossia adottando il suo punto di vista, senza giudicare.

Questo atteggiamento fa sì che la persona si senta accolta, compresa e valutata nella sua unicità.

Attraverso i suoi stessi racconti, il terapeuta riesce a fargli comprendere quanto la sua vita sia importante, quanto i suoi problemi siano significativi e quanto valore abbiano le sue parole. Tutto questo esplica un’azione terapeutica.

In pratica il terapeuta è una specie di Virgilio che mostra la via e sostiene il soggetto lungo il percorso?

È un incontro tra due persone che si relazionano su un piano comune, che imparano ad adottare lo stesso linguaggio e, soprattutto, che lavorano e lottano insieme per poter raggiungere la meta prefissata.

Spesso si inizia questa esperienza con lo spirito di due gladiatori che si studiano e si affrontano in un’arena, ma si finisce poi per tenersi per mano e sorreggersi quando il cammino si fa più duro e si incontrano difficoltà sempre più ardue da superare: nasce così l’alleanza terapeutica.

Cosa significa “alleanza terapeutica”?

Come il paziente entra in relazione con il terapeuta, così pure il terapeuta entra in relazione con la persona che ha di fronte, e il suo modo di relazionarsi incide notevolmente sull’alleanza terapeutica e sull’instaurarsi dei meccanismi di transfert, facilitando o ostacolando il rapporto appena stabilitosi.

Sono svariate le ricerche che hanno dimostrato l’importanza rivestita dall’alleanza terapeutica (o “alleanza di lavoro”) nell’esito della terapia e proprio per questo motivo, a prescindere dai diversi orientamenti psicoterapici, i terapeuti dovrebbero prestare molta attenzione, soprattutto nella fase iniziale della terapia nello stabilire e consolidare quest’elemento essenziale: l’alleanza terapeutica.

Parliamo adesso del transfert e del contro-transfert, come si concretizzano?

Il transfert e il controtransfert sono due principi di primaria importanza in un percorso terapeutico.

Partendo dall’idea che le esperienze dell’infanzia siano cruciali per lo sviluppo della personalità adulta, un terapeuta deve prestare la massima attenzione al racconto degli episodi legati ai ricordi d’infanzia e individuare un nesso tra gli schemi infantili riportati e la vita adulta del paziente.

Come si concretizza il transfert?

Nel transfert, il paziente rivive il terapeuta come una volta viveva una persona significativa del proprio passato, conferendogli pregi, difetti ed esperendo per lui emozioni e sensazioni che un tempo venivano riservati all’originale.

Il transfert può essere così definito come un atteggiamento emotivo (positivo o negativo) del paziente, nei confronti del suo terapeuta.

Inconsciamente infatti il paziente ripropone le stesse dinamiche vissute un tempo con un’altra persona, senza ricordarle ma vivendole in questa nuova riedizione nel rapporto col terapeuta, e in questo modo fornisce al clinico preziose informazioni sulle sue passate relazioni. Il transfert diventa così uno strumento fondamentale per indagare nel passato dimenticato e rimosso del paziente.

Il transfert può presentarsi anche al di fuori di una relazione terapeutica?

In realtà il transfert non si esplica esclusivamente nella relazione terapeutica e può essere presente in diverse situazioni interpersonali: una sua caratteristica è infatti l’ubiquitarietà, per cui si sviluppa, nello stesso modo, in ogni situazione in cui un’altra persona è importante nella nostra vita (per esempio nella relazione con il partner o nel rapporto tra insegnante e allievo).

E del contro-transfert cosa si può dire? Cos’ è ?

Proprio come i pazienti hanno il transfert, i terapeuti hanno il controtransfert. Il controtransfert può essere definito come la risposta emotiva del terapeuta agli stimoli che provengono dal paziente: stavolta è il passato relazionale del clinico che emerge attraverso questa relazione.

A differenza del vissuto transferale, che viene analizzato in terapia insieme al paziente, il controtransfert è oggetto di autoanalisi per il terapeuta e viene utilizzato sia per capire molte cose sul mondo interno del paziente e sulle reazioni che esso suscita negli altri, sia per analizzare le proprie emozioni e le proprie dinamiche passate.

Può spiegare meglio questo concetto?

Possiamo individuare due tipi di controtransfert: quello concordante (che riflette gli stessi sentimenti del paziente) e quello complementare (che riflette i sentimenti che le figure significative del paziente provano per lui).

Mentre nel primo caso assistiamo ad un aumento dell’empatia tra terapeuta e paziente, nel secondo caso possiamo trovarci di fronte ad un conflitto, ma anche alla possibilità concreta di trattare più profondamente aspetti intrapsichici più evoluti.

Se la psicoterapia deve servire per prendere coscienza e quindi rimuovere un problema di “conflitto” con una determinata figura e se il meccanismo di azione è trovare un surrogato, nella fattispecie, lo psicoterapeuta, non si corre il rischio di liberarsi dal “vecchio conflitto”, ma diventare dipendenti di uno nuovo, ossia il terapeuta stesso.

La tematica della dipendenza/indipendenza è uno dei cardini su cui un terapeuta basa il percorso di cura del suo paziente, lavorando perché questi prenda coscienza delle dinamiche relazionali che instaura e possa gestire al meglio, sentendosi più sicuro (e in ultima analisi più libero) nei rapporti umani.

Per esempio, quando la dipendenza dal terapeuta si manifesta nel transfert, il clinico la utilizzerà per rimandare al paziente il modo in cui esso intesse le sue relazioni interpersonali e, individuata la problematica, lavorerà in direzione di un cambiamento, verso l’autonomia.

Quanto e in quali casi si è dimostrata efficace la psicoterapia? Può fornirci qualche dato?

Parlare di psicoterapia è generico!

Esistono infatti svariati orientamenti psicoterapici (analitici, dinamici, familiari, strategici, cognitivo-comportamentali, suggestivi, ecc.) e ognuno di essi può essere più o meno indicato per un determinato tipo di disagio psicologico.

Comunque, gli studi più recenti evidenziano che la maggiore efficacia terapeutica si esplica nell’integrazione di trattamenti combinati, siano essi psicoterapici, psichiatrici, neurologici, nutrizionali, riabilitativi etc.

Quali sono le problematiche più frequenti per cui le persone si rivolgono a lei?

Sempre più, negli ultimi anni, sono aumentate le richieste di aiuto per disturbi legati a sintomi ansiosi e depressivi, difficoltà nei rapporti interpersonali e problemi nel comportamento alimentare, ma anche le problematiche concernenti le dipendenze, sia quelle “classiche” (come alcol e droghe) che quelle più recenti (riguardanti gioco d’azzardo, internet, sesso, lavoro e shopping) sono molto diffuse.

DOTT. SALVATORE GENTILE

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